Quaresima 2019: riflessioni per il nostro cammino di Unità Pastorale

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Le parole del profeta Gioele, scelte dalla liturgia del Mercoledì delle ceneri come parola d’inizio del nostro cammino quaresimale, invitano al ritorno: “ritornate a me con tutto il cuore…”. Proprio nel momento in cui il tempo liturgico desidera farci vivere un cammino di conversione (in particolar modo immedesimandoci nel popolo che ha camminato nel deserto e a Gesù nei quaranta giorni di digiuno e preghiera che hanno seguito il suo battesimo) l’invito “ritornate a me con tutto il cuore…” descrive contemporaneamente il “perché” mettersi in cammino e la sua meta. Tale punto di arrivo sarà particolarmente annunciato nella seconda domenica di Quaresima quando la luce che promana dal monte della Trasfigurazione vorrà simbolicamente illuminare non solo i discepoli presenti, ma l’intero itinerario fino al monte del Calvario. Se nella trasfigurazione “il suo volto brillò come il sole”, nella passione saremo portati a contemplare un volto sfigurato: «Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia;… eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori» (Is 53,3a.4a). Sappiamo però che questa non è stata l’ultima volta in cui Gesù si è mostrato ai suoi. Il cammino di Quaresima è preludio ad un tempo ancor più prezioso, il tempo di Pasqua; tempo in cui la prima chiesa più volte ha avuto la possibilità di sperimentare quanto i Vangeli ci descrivono: “E i discepoli gioirono al vedere il Signore. (Gv 20, 20). La luce della resurrezione, come quella del Tabor, splende sul volto dei discepoli, sul volto della prima Chiesa che, seguendo e imitando i gesti di Cristo, come leggiamo nel racconto del martirio di santo Stefano: “Videro il suo volto come quello di un angelo…”(At 6,15).

            Siamo chiamati ad un ritorno perché ci siamo allontanati. Forse non ce ne siamo resi conto ma con molta probabilità il nostro cuore, con piccoli passi – compromessi – omissioni, ha lasciato che riprendesse piede quell’intima convinzione che è bene tenersi ad una certa distanza. Amare e lasciarsi, in certi momenti, è faticoso, rischioso, e per di più sembra che oggi non convenga molto. Siamo chiamati a tornare a Lui, con tutto il cuore, con quel medesimo sentimento che più volte al giorno, nella preghiera del pio israelita, permetteva di ritrovare la giusta posizione davanti a Dio e agli uomini: “Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo! Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze…” (Dt 6,4-5).

            L’invito alla conversione assume un tono forte nelle parole di san Paolo: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio….vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio….Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!” (2 Cor 5). Tutta la chiesa fa suo l’invito che risuona nelle nostre comunità ed è proprio grazie a questa grande famiglia che è la Chiesa che ognuno di noi, preso per mano, può associarsi all’opera redentrice di Cristo. Le medesime parole di papa Francesco invitano a questo: «…ogni anno, mediante la Madre Chiesa, Dio “dona ai suoi fedeli di prepararsi con gioia, purificati nello spirito, alla celebrazione della Pasqua, perché […] attingano ai misteri della redenzione la pienezza della vita nuova in Cristo”, (Prefazio di Quaresima 1)» (Messaggio del santo padre Francesco per la Quaresima).

            Per tre volte risuonano due affermazioni forti nel Vangelo del Mercoledì delle ceneri: “…hanno già ricevuto la loro ricompensa; …e il padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6). Come nel tempo dell’Avvento, anche l’occasione della Quaresima sia un “tempo di ritiro”. Nelle tre esemplificazioni riportate dal Vangelo – “quando fai l’elemosina…, quando digiunate…, quando pregate…” – possa riscoprire la gioia di sapersi figli amati.

 

I sacerdoti

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Eucaristia, quotidianità e comunione

Tre parole sono risuonate particolarmente in questi mesi nel mio cuore: Eucaristia, quotidianità e comunione. In tante occasioni, da quando come Comunità Residenziale abbiamo iniziato a muovere i passi nell’Unità Pastorale, esse hanno in vario modo risuonato interiormente e con queste brevi considerazioni desidero anche poter esprimere l’augurio per questo santo Natale. 

Tre parole che mirabilmente sono racchiuse in una delle affermazioni più importanti che san Giovanni fa nel suo Vangelo e che ha dato, in modo definitivo, senso alla storia di tutta l’umanità: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14). Benedetto XVI, commentando queste parole scrive: “‘E il Verbo si fece carne e pose la tenda fra noi’. L’uomo Gesù è l’ ‘attendarsi’ del Verbo, dell’eterno Logos divino, in questo mondo. La ‘carne’ di Gesù, la sua esistenza umana, è la ‘tenda’ del Verbo: l’allusione alla tenda sacra dell’Israele peregrinante è evidente. Gesù è, per così dire, la tenda dell’incontro – è in modo del tutto reale ciò di cui la tenda e, in seguito, il Tempio potevano essere soltanto la prefigurazione” (Benedetto XVI, L’infanzia di Gesù). L’immagine evocativa di questa dimora, luogo dove Dio desidera abitare e che è la nostra umanità, le nostre relazioni e occupazioni, ci riportano alla domanda che da sempre muove il cuore dell’uomo: “Maestro, dove abiti?” (Gv 1,38). Alla risposta di Gesù: “venite e vedrete” auspico che ognuno possa fare quella grata prostrazione che i magi, e tutti coloro che nella fede ci hanno preceduto, ci insegnano. Tutti, imitando il gesto dei magi, possano accogliere l’invito che san Giovanni Paolo II, preparando la GMG di Colonia del 2005, rivolse alla Chiesa: “Cari giovani, offrite anche voi al Signore l’oro della vostra esistenza, ossia la libertà di seguirlo per amore rispondendo fedelmente alla sua chiamata; fate salire verso di Lui l’incenso della vostra preghiera ardente, a lode della sua gloria; offritegli la mirra, l’affetto cioè pieno di gratitudine per Lui, vero Uomo, che ci ha amato fino a morire come un malfattore sul Golgotha”. Come abbiamo desiderato ricordare all’inizio del nostro ministero in questa Unità Pastorale: “è Lui la grande lente di ogni conoscenza”. 

Venne ad abitare in mezzo a noi”: Eucaristia. Parlando dell’Eucaristia in occasione della sagra di settembre il nostro vescovo ci ha detto: “Dio ha voluto che in una carne umana abitasse in modo definitivo e pieno il sì al suo desiderio di creare una sola famiglia. E questo sì è stato reso possibile dal sì del Figlio”. Che bello poter immaginare che nelle nostre celebrazioni ciascuno possa dire il proprio “sì” a Cristo! Stiamo vivendo momenti preziosi di cambiamento, cercando di continuare a rendere sempre più concreto quel mandato ricevuto nel 2009 quando ci si è costituiti Unità Pastorale. Il “sì” di ciascuno di noi è un dono prezioso che Dio fa a tutta la comunità e l’Eucaristia, celebrata e vissuta, esprime in modo mirabile questo mistero di comunione: i nostri “sì” uniti in quello del Figlio al Padre. Ricordo con gratitudine (andando un po’ a memoria) le parole che don Eleuterio aveva rivolto nell’occasione di un suo anniversario di ordinazione nelle quali, con grande semplicità e profondità, spiegava che la celebrazione dell’Eucaristia rappresenta realmente il miglior modo che abbiamo, come cristiani, per rendere grazie a Dio di tutto ciò che viviamo. Continuiamo a rispondere all’invito di Cristo: “fate questo in memoria di me”, lasciando che lo Spirito possa realmente creare di tutti noi il Suo Corpo, che è la Chiesa. 

Venne ad abitare in mezzo a noi”: quotidianità. Nel periodo di Avvento abbiamo aggiunto una messa feriale al mattino presto. Oltre alle motivazioni che sono già state espresse nel settimanale diocesano “La Libertà”, questa scelta è motivata anche da un desiderio di quotidianità. In ogni Eucaristia ritorniamo a quell’istante in cui quel “Verbo” che “si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” compie il gesto con cui ci ama sino alla perfezione (cfr. Gv 13,1). La logica di Dio non è fatta di eventi sporadici e non ha bisogno di tempistiche straordinarie. “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (Is 9,1). Nell’Eucaristia Dio si accosta al nostro cammino, si adatta al nostro passo, attende che lo riconosciamo come Signore e suggerisce al nostro cuore: “Non aver paura e non spaventarti, perché il Signore, tuo Dio, è con te, dovunque tu vada” (Gs 1,9). La nostra quotidianità ha bisogno di essere illuminata da queste promesse e come comunità occorre farci carico gli uni gli altri, affinché ciascuno possa sentirsi chiamato a vivere con questa grata consapevolezza quotidiana. Tutto questo ci chiede di vivere la presenza di Dio in modo sempre più famigliare e, pensando alle inevitabili fatiche che tutti, più o meno, sperimentiamo nel vincere la tentazione dell’abitudinarietà, mi permetto di richiamare di seguito un altro passaggio della catechesi tenuta dal vescovo. 

[…] penso che l’importanza dell’Eucarestia aumenti vivendola, nella celebrazione quotidiana della Messa. Certo, c’è il giorno in cui sei stanco, il giorno in cui sei distratto, il giorno in cui sei appesantito, però quella è una frequentazione con il mistero eucaristico, che ti trasforma quasi senza che tu te ne accorga. Penso che la strada migliore per accostarsi al mistero dell’Eucarestia sia vivere con semplicità la Messa. Con semplicità. Se noi stiamo attenti, le letture nella liturgia della Parola ci portano sempre all’Eucarestia, sempre. Non in modo meccanico, non perché parlino sempre di Eucarestia, ma ci portano sempre al mistero di Cristo e quindi all’Eucarestia”. 

Venne ad abitare in mezzo a noi”: comunione. Come sacerdoti è molto bello poter elevare a Dio, a nome e insieme a tutto il Suo popolo, le parole che si pronunciano in ogni preghiera Eucaristica. “Lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo” (cfr. preghiera eucaristica II). Se queste parole fossero un semplice auspicio, presto ci stancherebbero e perderemmo facilmente la consapevolezza che ancora oggi, realmente, Dio visita il suo popolo. Se in queste parole individuassimo prima di tutto un’ulteriore cosa da fare, un’azione nostra o da inserire fra le tante che compongono la nostra vita, presto rimarremmo delusi. Occorre fare spazio. Così come il tempo di Avvento vuole essere un’occasione di grazia e di conversione per andare incontro al Cristo che viene, allo stesso modo la nostra vita deve lasciar fare prima di tutto a Dio, per mezzo dello Spirito Santo. La comunione è prima di tutto un dono di Dio che si rinnova in ogni Eucaristia. È lì che nasce, si rinnova e prende nuovo slancio ogni nostra azione di comunione. Lì troviamo il punto di arrivo di ogni nostro dono e da lì, con rinnovata gioia, ritroviamo l’intima convinzione che “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Il desiderio di comunione di Dio ogni giorno va in cerca dei nostri cuori, delle nostre azioni, delle nostre parole, quasi come se quel “farsi carne” volesse continuare nelle nostre vite. Così come la parola di Dio chiede alle nostre voci di essere proclamata, l’Eucaristia alimenti in noi il desiderio di celebrarla con la nostra vita, come offerta gradita a Dio. 

Nel “sì” di Maria, dimora di grazia nella quale il “Verbo si fece carne”, arca dell’alleanza che ci dona Gesù e ci conduce a Lui, Madre affidataci da Cristo sulla Croce, possano i nostri “sì” essere l’augurio e il dono più prezioso che desideriamo farci in questo santo Natale. 

Don Matteo Bondavalli

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